Erlend Loe – Naif.Super

31 Mag

103Naif_72pIl protagonista di Naif.Super ha venticinque anni quando si accorge all’improvviso che la sua vita non ha molto senso. O meglio, magari un senso ce l’ha, ma lui non lo capisce. E allora molla tutto e si trasferisce a casa del fratello, che è in viaggio d’affari. Lì cerca di ricomporre i pezzi della sua esistenza, tra chiacchiere con un bambino del vicinato, chiodi di plastica infilati in un banco da falegname giocattolo, infiniti elenchi mandati via mail al suo amico Kim e una palla da lanciare contro il muro.

Con una scrittura limpida e quasi infantile, Erlend Loe ci consegna la storia di un ragazzo dolcissimo, capace di emozionarsi per le cose che chiunque di noi dà per scontate, ma per nulla stucchevole o sentimentale. È invece una persona intelligente, che si pone domande importanti e che si impegna per cercare le risposte, anche se ha paura di affrontarle. Ha un amico buono e uno cattivo, un fratello simpatico, una serie di cose che gli piacciono e le idee chiare su quelle che non gli piacciono. In queste pagine compra una macchina per il fratello, conosce una ragazza, va a New York, si prende cura del cane di uno sconosciuto, fa liste di animali con il piccolo Børre, legge libri complicati che si sforza di capire, ma soprattutto si prende il tempo di fare le cose che lo fanno stare bene e di capire quali sono queste cose. È naif, appunto, ma nel senso migliore del termine. Uno di quei personaggi che vorresti conoscere davvero, non per farci chissà quali discorsi impegnativi ma per essere confusi assieme.

Posso solo immaginare quanto dev’essere stato difficile per l’autore (e di riflesso per la traduttrice) restituire l’idea di un personaggio così semplice e complesso contemporaneamente, raccontando i suoi pensieri in modo tanto spontaneo che dietro non può non esserci un grandissimo lavoro di lima.

Un libro delicato, spiritoso, che fa l’effetto di una carezza, per usare un’immagine banale. Il libro però banale non lo è, ve lo assicuro. È solo che se fossi capace di scrivere come Erlend Loe avrei scritto questo libro bellissimo, e invece sono qui a tentare di scriverne la recensione. Temo che dobbiate fidarvi a occhi chiusi e farvi conquistare dalle sue pagine.

Erlend Loe, Naif.Super
titolo originale: Naiv.Super
traduzione di Giovanna Paterniti
Iperborea 2002 e Feltrinelli 2006
211 pagine, 7,5€
Acquista su Amazon

 

 

Mario Borghi – Le cose dell’orologio

29 Apr

borghiPremessa: questo libro mi è stato inviato dall’autore, e le rare volte che succede sono sempre un po’ in imbarazzo e tendo a mettere le mani avanti: guarda che se non mi piace non ne parlo, eh. Ma Mario Borghi, che di blog se ne intende perché gestisce http://stranoforte.weebly.com, ovviamente ha compreso subito le mie condizioni. Specifico che prima di ricevere il suo libro non ci avevo mai parlato, quindi non sono nemmeno influenzata da eventuali simpatie o antipatie. Mi è semplicemente piaciuto che nella mail abbia specificato di aver pubblicato con una casa editrice rigorosamente NON a pagamento, cosa che mi ha risparmiato le solite ricerche preliminari che svolgo perché non recensisco libri di chi paga per pubblicare. Ma veniamo al romanzo, che mi sono già dilungata troppo.

Dunque, inizi a leggere e pensi: ok, un paesino italiano, l’orologio della stazione che viene rubato, buffi personaggi, ho capito, prendiamo Andrea Vitali, Alessio Mussinelli, Paolo Pasi, Marco Malvaldi, un pizzico di Pistacchio-Toffanello. Storie che intrattengono, che spesso divertono nella loro serissima rappresentazione dei drammi di una piccola comunità di provincia.

E invece andando avanti ti accorgi che a intrattenerti non è la vicenda dell’orologio rubato, ma tutto quello che c’è dietro, intorno, sopra e sotto. Inizialmente, la storia fila come previsto: il furto provoca una reazione a catena in tutto il paese, con letterine strappalacrime scritte dai bambini, un comitato di cittadini capitanato dalla “battagliera signorina Piccionetti”, indagini e sbigottimenti vari.

Ma poi ecco che si devia dal prevedibile, con il ladro che prende la parola e racconta dell’incontro con un suo ex amico con cui ha un conto in sospeso, della donna che fa le pulizie nel suo loft invitando frotte di amici immaginari e affidando i pensieri a palloncini liberati dal lucernario, del motivo per cui ha rubato l’orologio, di cosa ne ha fatto e cosa è successo dopo alle persone che si sono sentite toccate da questo furto così bizzarro. E anche a quelle che non c’entravano niente ma sono state prese in mezzo, schiacciate dagli ingranaggi di una giustizia poco o per nulla interessata a trovare la verità. E dal furto si passa a tutta una serie di altri eventi, incidenti, esplosioni, coincidenze che fanno girare la testa.

A incollare alle pagine non è tanto la vicenda dell’orologio, che viene privata di ogni mistero sin dalle prime pagine, quanto una sorta di riflessione allucinata che si intreccia alla storia vera e propria con tutti i suoi risvolti più assurdi. Forse la definizione migliore di questa strana alternanza di eventi e divagazioni la dà l’autore stesso, quando dice:

Vedevano gli scrittori entrare e uscire dalle loro trame, afferrarle, per poi lasciarle e subito riprenderle, mentre i loro personaggi, appena tratteggiati, si confondevano dentro storie evanescenti.

Ecco, così. A volte si ha la sensazione di smarrirsi, ma poi ci si ritrova subito, e verso la fine tutto viene spiegato. Forse avrei voluto personaggi un po’ più approfonditi, soprattutto quella tipa delle pulizie così incredibilmente affascinante e del tutto pazza, ma in fondo è vero che bastano poche pennellate a definire un carattere.

Le cose dell’orologio è un romanzo molto breve e molto strano, corredato da una bella prefazione di Gaia Conventi (che io ho letto dopo, come faccio con tutte le prefazioni), da leggere senza pregiudizi di sorta. Se di solito vi danno fastidio le divagazioni, provate un attimo a mettere da parte i dubbi e a lasciarvi trasportare verso la fine di questo libro, dove tutte trovano un senso. Abbandonate le vostre convinzioni sulla linearità, sul dover sempre capire tutto al volo, e venite a conoscere questo ladro bizzarro, finché siete in tempo.

Mario Borghi, Le cose dell’orologio
Rogas Edizioni, 2016
112 pagine, 11€
Acquista su Amazon

Kent Haruf – Benedizione / Canto della pianura

22 Apr

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Ho cercato a lungo le parole per descrivere i due libri di Kent Haruf che ho letto finora. Talmente a lungo che ho finito il secondo da quasi un mese e ancora non sono riuscita a parlarne. È una faccenda complicata, perché lui le parole le sceglie attentamente, non ce n’è mai una di troppo né una che strida o che risulti trita. La sua è una scrittura limpida, semplice, e proprio per questo incredibilmente potente. Mette a nudo senza giudicare, sviscera senza spiegare, mostra semplicemente la verità della vita.

Benedizione e Canto della pianura, i primi due volumi della trilogia di Holt (il terzo, Crepuscolo, esce il 12 maggio e io non vedo l’ora di averlo), sono accomunati da questo stile che può sembrare lento o persino noioso, se siete il tipo di persona che cerca l’azione a tutti i costi. Io preferisco un bel racconto, di quelli pacati che però ti scavano dentro.

Il protagonista di Benedizione è Dad Lewis, un uomo in fin di vita. Come l’Olive Kitteridge di Elizabeth Strout, non è un personaggio amabile: ha fatto soffrire molto il figlio, non è mai riuscito a comprenderlo né a perdonarlo, e spesso appare duro, chiuso, arroccato sulle sue posizioni di anziano testardo. Eppure ha i suoi momenti di dolcezza, di commozione, anche di debolezza, se vogliamo. Le persone che lo circondano non lo amano perché è buono, ma perché è umano, perché è il loro padre, marito, capo, vicino di casa.

A volte non è facile amare chi ci sta sempre accanto e talvolta ci fa innervosire, ci soffoca o compie azioni che ci paiono profondamente ingiuste. Lo stesso vale anche per John Wesley, il figlio del reverendo Lyle, che a Holt non si trova affatto bene e vorrebbe solo tornarsene a Denver. Le parole del padre gli danno il voltastomaco, si sente del tutto incompreso e inascoltato. È un libro sulle rotture, sugli abbandoni, sugli addii. Su quello strappo terribile che percepiamo con tutti i nostri sensi quando ci separiamo da chi amiamo.

Il passato perseguita Dad nei suoi ultimi giorni: le ingiustizie che ha commesso, i giorni calmi passati nella sua ferramenta, l’amore che ha dato e ricevuto e quello che non saputo dare né ricevere. Accanto a lui ci sono la moglie Mary e la figlia Lorraine, più qualche anziana vicina e una bambina, raccolte a dargli l’ultimo addio.

In Canto della pianura, invece, si parla di inizi anziché di fini, e non c’è un vero e proprio protagonista: tutti i personaggi principali sono ugualmente intensi. C’è Victoria, che a sedici anni scopre di essere incinta e viene cacciata di casa dalla madre. Ci sono i piccoli Ike e Bobby, che vivono con il padre Tom perché la madre si è allontanata. Ma soprattutto ci sono i meravigliosi fratelli McPheron, due anziani scapoli incalliti che accoglieranno Victoria pur non avendo nessuna idea di come comportarsi con lei e che finiranno per trattarla con quella dolcezza tipica dei vecchi timidi e scorbutici, poco avvezzi ai contatti umani.

È un libro autunnale, che mostra la bellezza e l’eleganza dei piccoli gesti (a questo proposito, vi rimando a una meravigliosa analisi di Giacomo Verri su Nazione Indiana) e che a poco a poco tesse le fila di una vicenda in cui tutti i personaggi finiscono per convergere in un’unica storia, grazie soprattutto alla presenza di Maggie Jones, donna forte e con le idee molto chiare.

I libri di Haruf sono stati spesso paragonati a Stoner di Williams, ma sia Benedizione sia Canto della pianura a me hanno ricordato più i romanzi di Wendell Berry, popolati da persone semplici ma non per questo poco complesse.

Talvolta, leggendo Haruf, si ha la sensazione di guardare un film di quelli con pochi dialoghi essenziali e una fotografia eccezionale. Ma un film perderebbe forse la potenza delle descrizioni, dei piccoli dettagli che sono la vera forza di questi libri di cui sarebbe impossibile fare un distillato (ed è una bellissima cosa).

Io sono rimasta conquistata fin dalle primissime pagine di entrambi questi libri essenziali. Se volete fare un viaggio nella periferia americana, sedervi su una veranda, lasciarvi cullare dal vento e ascoltare un silenzio carico di storie e di significati, Holt è il posto giusto per voi. Io vi regalo la porta d’entrata a Canto della pianura:

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Kent Haruf, Benedizione e Canto della pianura
titoli originali: Benediction e Plainsong

traduzione di Fabio Cremonesi
NNEditore, 2015
Benedizione: 280 pagine, 17€ Acquista su Amazon
Canto della pianura: 304 pagine, 18€ Acquista su Amazon

 

Miriam Toews – Un complicato atto d’amore

1 Apr

32906dbde1d515498856c7e3ce191a92_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAlla faccia di siti e blog che recensiscono solo le ultime novità, oggi parliamo di un libro praticamente introvabile. E lo dico con rammarico, perché se ne sto scrivendo qui vuol dire che merita. Mi dispiace sempre un po’ consigliare libri che è difficile trovare in giro, questo in particolare mi è stato prestato da La Lettrice Rampante, che a sua volta l’ha recuperato con un colpo di fortuna, e insomma, vogliamo impegnarci un po’ di più a salvaguardare i libri belli anziché continuare a pubblicare una valanga di novità mediocri?

Chiusa parentesi, passiamo al libro in questione. Di Miriam Toews ho già letto altri romanzi, apprezzandoli in misura maggiore o minore (finora il mio preferito era In viaggio con la zia, ma ora se la gioca con questo). Non fatevi ingannare dal titolo vagamente sentimentale di Un complicato atto d’amore: l’amore in questo libro c’è, ma non è mai banale, mai stucchevole. Complicato, appunto, sfaccettato.

È la storia di Nomi, una ragazzina che vive con il padre in un minuscolo paesino popolato da una setta religiosa particolarmente restrittiva, i mennoniti. La religione domina ogni aspetto della vita della comunità, lasciando ben poco spazio alla libertà, alla fantasia, alla gioia e al divertimento. La sorella di Nomi, Tash, ribelle nell’animo, non ha resistito e se n’è andata con il suo fidanzato. Il problema è che anche la madre, poco dopo, ha lasciato la famiglia, e né Nomi né il padre sanno dove sia andata. Le giornate di Nomi oscillano tra quelle di una ragazzina normale, alle prese con il suo ragazzo, la musica, la voglia di vivere e un pizzico di ribellione, e quel senso di oppressione che solo una comunità così chiusa può dare. Per farvi capire, addirittura i turisti vanno a visitare il villaggio per osservarne la vita “autentica”, rurale, arretrata. L’unica vera attività del paese è il mattatoio, dove Nomi sa già che finirà appena terminata la scuola.

Nomi è un personaggio straordinario: odia i finali, va a rallegrare un’amica malata in ospedale, beve e fuma, fa progetti e li vede svanire già mentre li pensa, vorrebbe andare a New York ma non lascerebbe mai il padre da solo. E racconta tutto questo con una leggerezza, con una voce così fresca e dolce che verrebbe voglia di conoscerla, di sdraiarsi con lei sotto le stelle a parlare della vita.

Un complicato atto d’amore parla di rinunce, di libertà, di mancanza e di presenza, di addii e di scoperte, di una ragazzina che cresce e impara a fare i conti con il dolore e con l’amore. Se riuscite a procurarvelo, non lasciatevi sfuggire l’occasione di conoscerlo.

Miriam Toews, Un complicato atto d’amore
titolo originale: A Complicated Kindness
traduzione di Monica Pareschi
Adelphi 2005
275 pagine, 16€
Acquista su Amazon (sperando che torni disponibile)

 

 

Niall Williams – Storia della pioggia

4 Mar

11054335_845180992229637_2669619396023923391_nDa poco più di un anno vivo in una casa con mansarda, e quando piove posso godermi il ticchettio delle gocce sui lucernari come non mi era mai capitato prima. È lo stesso suono che fa compagnia a Ruth Swain, la protagonista e narratrice di questo libro meraviglioso.

Ruth vive in Irlanda, vicino al fiume Shannon, in una parte del mondo dove l’acqua la fa da padrone. È costretta a letto da una brutta malattia, e così legge, scrive e riceve gli ospiti uscendo di casa solo per andare a farsi visitare; ma non si piange addosso: è un’anima solitaria, lo è sempre stata, i suoi compagni di scuola se ne accorgevano subito e le stavano alla larga, percepivano la sua diversità, la sua intelligenza fuori dal comune. Tutti eccetto Vincent Cunningham, che le fa una corte spietata da quando erano alle elementari, anche se lei continua a rifiutarlo.

Dalla sua mansarda Ruth ci racconta la storia della sua famiglia, a partire dal bisnonno per arrivare al suo fratello gemello e a lei stessa, passando per il nonno e soprattutto il padre. Un resoconto segnato da una serie di intoppi e disastri, parzialmente autoinflitti, dal momento che gli Swain tendono sempre a voler raggiungere un Livello Impossibile. Ruth parla – scrive – a ruota libera, passando in rassegna tutta la letteratura mondiale passata e recente per trovare le parole giuste per descrivere i fatti. Ha ereditato dal padre l’amore per i libri e conosce a menadito la vita e le opere di centinaia di scrittori. Questo amore trapela fra le pagine che ci consegna, piene di divagazioni e frasi ridondanti, maiuscole e voli pindarici, prontamente criticati dalla sua ex-insegnante, la signora Quinty, che va a trovarla due giorni alla settimana.

Devo ammettere che verso la metà mi ero lasciata un po’ scoraggiare da questi continui rimandi letterari (molti li ho riconosciuti, ma molti altri mi erano oscuri, e posso solo immaginare l’immenso lavoro di ricerca che ha dovuto svolgere il traduttore Massimo Ortelio) e il libro mi pareva un po’ lento. Poi però la narrazione ha preso a scorrere rapida come il fiume Shannon, che si ingrossa e ingoia tutto quello che si trova davanti, e non ho più potuto fare a meno di scoprire che cosa accadeva ai vari personaggi.

«Allora, come va il tuo libro, Ruth?» mi ha chiesto Timmy. «Ruth vuol fare la scrittrice» ha spiegato a Packy.
In realtà io non volevo fare la scrittrice, volevo fare la lettrice, aspirazione assai più rara. Ma sai com’è, una cosa tira l’altra.

In questo libro anche l’Irlanda è protagonista: non la versione poetica fatta di distese infinite di prati verdissimi ma quella reale, di fango e fatica, di speranze e disillusioni. Il mio personaggio preferito è però il padre di Ruth, un tipo strano (del resto è uno scrittore, che vi aspettavate?) capace di immergersi per ore tra le pagine, ma anche di incantarsi a guardare i propri figli con un’intensità straordinaria. E quando incontra quella che diventerà sua moglie l’autore ci regala alcune delle pagine più belle e poetiche che io abbia mai letto riguardo a un corteggiamento. Del resto, la poesia è desiderio di elevarsi, come la narratrice sa bene.

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Nonostante la verve ironica della protagonista, la storia che Ruth ci racconta non è certo delle più allegre. Eppure «Alice Munro dice che un romanzo non funziona se ci metti dentro tutta l’angoscia della vita. Se c’è troppo dolore, va a finire che i lettori buttano via il libro». E quindi quelle che mi sgorgavano dagli occhi mentre leggevo le ultime pagine non erano lacrime di dolore, ma di partecipazione, di dolcezza, di empatia, di pura e semplice commozione per qualcosa di così bello.

Storia della pioggia è un canto d’amore per la letteratura, per i propri genitori, per un fratello perfetto, per un corteggiatore testardo, per chi si sente diverso da tutti, per un uomo che tende sempre verso il cielo e per una donna in grado di capirlo. Un romanzo sicuramente impegnativo, ma davvero emozionante e imperdibile.

Niall Williams, Storia della pioggia
titolo originale: History of the Rain
traduzione di Massimo Ortelio
Neri Pozza, 2015
365 pagine, 17,5€
Acquista su Amazon

 

 

Lina Meruane – Sangue negli occhi

24 Feb

sangueMi piacciono quei libri che ti terrorizzano un po’, che ti lasciano il brivido della possibilità che succeda anche a te la cosa terribile che è accaduta al protagonista.

Lucina, detta Lina, è la narratrice di questa storia angosciante. Una sera, a una festa, accade quello che i medici le hanno sempre prospettato: i suoi occhi si riempiono di sangue, diventa cieca. Una vita intera a stare attenta a non prendere colpi, a non provare emozioni troppo forti, a vivere chiusa in una gabbia di cristallo che in quel momento esplode. Lina è una scrittrice, e senza i suoi occhi è costretta a mettere da parte il suo lavoro.

La quarta di copertina afferma che Lina “vede senza vedere”, e in effetti è una descrizione perfettamente calzante: immagina quello che ha intorno in base ai ricordi e a quanto conosce bene le persone che la circondano. È cieca ma vede tutto, sente tutto, anche se non lo è dalla nascita e quindi non le viene naturale.

Lungo tutto il testo è presente in modo costante l’amore del suo fidanzato Ignacio, un punto fermo in un mondo capovolto, che diventa i suoi occhi, interlocutore di ogni suo pensiero, disperatamente innamorato anche se prova ribrezzo, anche se i suoi amici gli danno del pazzo. Lucina non si fa compatire, non si comporta come un’invalida, ma la cecità la rende nervosa e talvolta insopportabile. Lui non è un santo, soffre, si consuma, ma le sta accanto.

In attesa dell’operazione che forse le salverà la vista e forse no, Lucina lascia gli Stati Uniti e torna in Cile dalla sua famiglia, dove più tardi la raggiungerà Ignacio. Lì ritrova non solo il soffocante affetto della sua famiglia, ma la sua intera identità, che passa anche attraverso una lingua leggermente diversa da quella di Ignacio, che invece è di Madrid. Entrambi parlano spagnolo, ma talvolta si scontrano, si fraintendono, giocano a fare dei cruciverba e a elencare le cose che si chiamano in modi differenti da una parte all’altra dell’oceano.

Cosa resta a una scrittrice che perde la vista? Proprio il potere delle parole, non più quelle scritte e lette ma quelle ascoltate, pronunciate, pensate. Sono l’unica cosa che rimane quando tutto scompare, anche se perdono l’àncora della pagina per diventare puri pensieri. Trovo molto esplicativo questo brano:

«Ma la parola giorno non evocò niente in me. Niente che somigliasse al giorno. I miei occhi si stavano svuotando di tutte le cose viste. E pensai che sarebbero rimaste le parole con il loro ritmo ma non i paesaggi, non i colori né i visi, non gli occhi neri di Ignacio in cui avevo visto il riflesso di un amore a volte diffidente, cupo, aspro, ma soprattutto un amore aperto, in attesa di qualcosa, pieno di miraggi che il cruciverba definiva allucinazioni.»

Lucina è il focus dell’intera narrazione, sentiamo cosa succede solo attraverso i suoi sensi, diventiamo lei, con il suo modo lucido e spietato di raccontare cosa prova, magnificamente reso dal traduttore Luca Mariotti. L’autrice le ha dato il suo stesso nome, e questo romanzo possiede una tale forza che più volte ho pensato fosse autobiografico: ho sentito sulla mia pelle tutta la sofferenza di Lucina, ho provato a chiudere gli occhi e a lasciarmi cadere.

Lina Meruane, Sangue negli occhi
titolo originale: Sangre en el ojo
traduzione di Luca Mariotti
La Nuova Frontiera, 2013
150 pagine, 16€
Acquista su Amazon

 

 

 

Michele Mari – Verderame

5 Gen

verderaeÈ il secondo libro di Michele Mari che leggo e il secondo che finisce dritto dritto su questo blog (il primo era Tu, sanguinosa infanzia). Ok, non proprio dritto dritto, ché ho finito di leggerlo un paio di settimane fa ma solo ora trovo il tempo di recensirlo, di scrivere due parole su quanto è meraviglioso e unico.

«Dentro di me lo chiamavo l’uomo del verderame […]»: ecco come facciamo la conoscenza di Felice, un contadino vero, che parla solo in dialetto strettissimo (quando non parla in francese, ma questo lo vedremo più avanti) e spaventa un po’ il piccolo Michelìn, giovane e saggio narratore, amante di Lovecraft e Poe, finissimo analista e coraggioso avventuriero.

Felice è da sempre alle dipendenze dei nonni di Michelìn, che passa l’estate da loro sulle rive del lago Maggiore. Ecco, un avvertimento, prima di tutto: se non capite assolutamente il dialetto “lombardo” lasciate perdere questo libro (in realtà sarebbe varesotto, credo, ma comunque se conoscete un qualsiasi dialetto nordico immagino che riusciate a capire i dialoghi, io non sono lombarda ma li ho capiti). Perché Felice parla soltanto in dialetto, le sue battute di dialogo non vengono tradotte e sono anche piuttosto fondamentali per la comprensione della storia. Eppure certe volte gli affiorano alle labbra frasi in perfetto francese, soprattutto quando tocca certe cose. Invecchiando sta perdendo la memoria, e Michelìn si mette in testa di aiutarlo, prima corredandolo di oggetti e cartelli per fargli tornare in mente le parole che gli sfuggono, poi indagando sul suo misterioso passato. Sì, perché nessuno in paese sa nulla di Felice, della sua infanzia, e lui stesso non ricorda i suoi genitori né come è finito a lavorare in quella villa.

In un viaggio avventuroso tra partigiani, russi, francesi, lumache, bottiglie misteriose, verderame e ricordi spezzettati, Mari ci racconta una storia affascinante e dai toni quasi onirici, usando un linguaggio forbito ma allo stesso tempo ironico; preciso ma avvolgente, colto e familiare insieme, nello stile unico che gli è congeniale. Forse l’incipit può spaventare, ma non fermatevi, vi prego, andate avanti. Quando si entra nel mondo di Michele Mari si sa che non si potrà uscirne indenni: la sua capacità di costruire intrecci, di spiegarci l’ovvio da un’angolazione inedita, di illustrare le tenerezze dell’animo umano, di creare personaggi vividi e sfaccettati, di stupirci a ogni pagina è davvero incredibile.

Felice e Michelìn sono due personaggi per tanti versi opposti: l’uno un povero e vecchio contadino, la cui unica saggezza risiede nel lavoro delle sue mani, l’altro un piccolo lettore vorace e benestante, con un grande cuore che gli impedisce di restare indifferente di fronte allo smembrarsi della memoria di un uomo che gli provoca uno di quei terrori affascinanti di cui non si può fare a meno.

Svelarvi troppo riguardo alla storia significherebbe rovinare il gioco di incastri e scoperte che Mari è riuscito a creare: per stavolta dovrete fidarvi, e abbandonarvi alla penna sapiente di un autore davvero straordinario.

Michele Mari, Verderame
Einaudi 2007
164 pagine, 18€
Acquista su Amazon

 

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