Mario Bellatin – Salone di bellezza

21 Lug

0b1ad7a7b79268a1f4558db78e092446_LSalone di bellezza è un libro brevissimo, ma appena aperto si espande, diventa un mondo intero e ti inghiotte.

In passato l’anonimo narratore divideva le sue giornate tra il salone di bellezza che gestiva insieme a due amici – travestiti da donne per mettere le signore a loro agio – e le notti nei vicoli in cerca di uomini, tentando di evitare le bande di “pestafroci” che avevano già ridotto in fin di vita alcuni loro compagni. Il vezzo del salone erano le vasche di pesci disseminate un po’ ovunque, orgoglio del narratore, che ne parla spesso e con atttenzione analitica (nonostante non sia assolutamente in grado di prendersene cura e i pesci continuino a morire e a essere sostituiti).

A un certo punto scoppia una non meglio specificata epidemia, il salone di bellezza si trasforma in un lazzaretto, e qui comincia la nostra storia. Passare dall’accoglienza dei travestiti pestati a sangue a quella dei malati è un attimo: i materiali per la bellezza vengono venduti, la stanza si riempie di materassi e moribondi. Rifiutati dai parenti, cercati solo dagli amanti disperati, i malati trovano nel salone di bellezza l’unico porto sicuro. Inizialmente il narratore cerca in tutti i modi di curarli, poi capisce che è inutile prolungarne le sofferenze, quindi si limita ad accudirli nell’attesa che muoiano. Sono tutti uomini: donne e bambini vengono respinti, secondo le regole inflessibili che il narratore si è dato.

Le pagine sono talmente poche che potrebbero risultare insoddisfacenti se si cerca una vera trama, perché questo libro non racconta tanto una storia quanto un’atmosfera. Non importa che non si sappia mai di che malattia si parli né il motivo per cui è scoppiata l’epidemia (anche se è facile farsi venire in mente l’AIDS), perché non è quello l’importante.

Una volta capito tutto ciò è il lettore stesso a immaginare la storia, di cui Bellatin fornisce tutti gli elementi necessari, abilissimo a suggerire tramite poche pennellate anziché spiegare: un uomo che cerca di essere di giorno quello che è di notte; l’eleganza e la vitalità dei pesci inquinate dall’abbandono e dalla trascuratezza; il rispetto della dignità altrui nel non volersi accanire in cure inutili; il desiderio di portare la bellezza nel mondo passando attraverso un casco da parrucchiere; il timore che le istituzioni religiose prendano il sopravvento; la paura di disfarsi e di morire, ma soprattutto quella di restare soli.

La solitudine è infatti un filo che corre lungo tutto il racconto: il narratore non accoglie i malati per compassione, ma per paura di non avere nessuno accanto dopo la morte dei suoi due compagni. Desidera ardentemente essere ringraziato, perché è tutto quello che gli rimane per sapere di contare qualcosa. Rarissime volte si lascia coinvolgere dai malati, si limita quasi sempre a fare quello che sente come suo dovere.

Malgrado il titolo lezioso, Salone di bellezza è un libro che turba profondamente, che lascia al lettore riflessivo molto più di quello che si può trovare fra le sue pagine. Quasi un canto funebre, ma che si legge come un romanzo dalla scrittura limpida e pacata. Un po’ “Il bacio della donna ragno” di Manuel Puig, un po’ “Cecità” di Saramago, eppure del tutto originale. Consigliato per un’iniezione di triste dolcezza.

Mario Bellatin, Salone di bellezza
titolo originale: Salón de belleza
traduzione di Chiara Muzzi
La Nuova Frontiera 2011
64 pagine, 11€
Acquista su Amazon (trovate anche un estratto da leggere gratuitamente)

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Una Risposta to “Mario Bellatin – Salone di bellezza”

  1. Alessandro maggio 6, 2016 a 2:31 pm #

    Ecco, mentre leggevo la recensione mi è venuto subito in mente “Cecità”, non sono il solo allora 😀

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