Jennifer Worth – Chiamate la levatrice

3 Ago

3934-3Inizialmente credevo si trattasse di un romanzo. Attirata da una cartolina pubblicitaria trovata in un altro libro Sellerio, mi sono procurata al volo questo volume che prometteva di raccontare uno spaccato della Londra degli anni ’50.

E così è stato. Ma in Chiamate la levatrice non si trova solo questo, bensì molto di più. Si tratta delle cronache di una giovane levatrice, che non solo assiste ai parti domiciliari di decine di donne, ma entra anche in contatto con un’umanità varia e spesso terribilmente povera. Arrivata come infermiera nel convento di Nonnatus House, la narratrice deve fare i conti con la propria iniziale diffidenza nei confeonti delle suore con cui si trova ad abitare. Scoprirà presto che la professione di levatrice è delicata, stancante, frustrante ma anche più emozionante di quanto ci si possa aspettare.

Non è un libro per stomaci deboli. Fra parti, sangue, feti, placente e chi più ne ha più ne metta, l’impatto è decisamente forte. Ma in genere una nascita è un evento lieto, e dopo il travaglio viene la parte bella, quella di una nuova vita che vede la luce. Jennifer Worth ci racconta tante storie accomunate da una nascita, in una galleria di ritratti vividi e toccanti.

Un po’ Agnes Browne, un po’ Le ceneri di Angela, in questo libro troviamo la nascita, la morte, la gioia, il dolore, la povertà, la semplicità, l’allegria e una generosa dose di ironia, che non guasta mai. Fra le levatrici e le suore ci sono delle belle combinaguai, e non mancano i momenti di divertimento, alternati a quelli intensamente emotivi legati al loro lavoro.

Sapere che queste persone sono esistite davvero, che quelle storie sono reali, che davvero negli anni ’50 si nasceva e si viveva così, lascia davvero senza parole.

Non è un libro sdolcinato o buonista incentrato sui bambini: è un libro vero, spassionato, che contiene la cruda realtà. Si parla di igiene ai limiti della decenza e oltre, si parla di problemi concreti e famiglie vere in un’epoca difficile ma piena di speranza. In ogni capitolo la Worth ci accompagna in una casa, oppure alla scoperta di un personaggio particolare, con storie sempre coinvolgenti ed emozionanti.

Non è soltanto una bellissima storia (o meglio, l’intreccio di tante bellissime storie), ma anche un prezioso documento sulla vita negli anni ’50. E l’autrice ce li fa conoscere con brio, senza mai annoiare, alternando le storie tristi a quelle allegre con lo sguardo puro e disincantato di una giovane donna testimone di eventi quotidiani eppure immensamente più grandi di lei. La traduzione di Carla De Caro rende giustizia al tono franco e diretto dell’autrice, anche se magari avrei evitato tutte quelle virgole tra soggetto e verbo.

Credo di aver farneticato abbastanza. È difficile riassumere tutto ciò che contiene questo libro meraviglioso. Se non vi fa paura affrontare il tema del parto nei suoi aspetti più concreti e sanguinolenti, leggetelo, ne vale veramente la pena.

Jennifer Worth, Chiamate la levatrice
titolo originale: Call the Midwife
traduzione di Carla De Caro

Sellerio 2014
489 pagine, 15€
Acquista su Amazon

 

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