Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare

10 Set

Non so se avete mai letto un libro narrato alla prima persona plurale. Io sì, Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, e magari anche altri che al momento non ricordo. Ma se lì il “noi” era un’entità ben definita, circoscritta ed “esterna” nel senso che i narratori non erano i veri protagonisti del libro, in questo caso si tratta del coro di migliaia di donne giapponesi immigrate in America agli inizi del Novecento.

Più che una narrazione è un mormorio collettivo che si solleva prima dalla nave e poi da ogni angolo d’America in cui queste donne sbarcano per unirsi ai loro “mariti per corrispondenza”. Con sé portano le foto degli uomini che le attendono e la speranza di vivere una vita migliore. Solo all’arrivo capiranno che i tanto esaltati lavori dei mariti sono in realtà i più umili del continente, quelli che nessun americano vuole fare. E così per decenni si spezzano la schiena e le gambe, imparano a vivere in un mondo che non è il loro ma a cui piano piano iniziano ad appartenere. Finché non arriva la guerra, ventitré anni dopo, e con la guerra Pearl Harbour e l’odio e il timore nei confronti dei giapponesi.

In questo libro non c’è neanche un personaggio, o meglio, ci sono decine di donne nominate una sola volta, a titolo di esempio. Sembra che si conoscano tutte, anche se vivono ai capi opposti del continente. Eppure la loro voce è unica, perché hanno in comune le origini, le sensazioni, le esperienze precedenti, i sogni.

In una costante contrapposizione noi/loro che alla fine, dopo la deportazione, si rovescia mostrandoci il punto di vista degli americani che hanno visto scomparire i vicini tanto educati e rispettosi che ormai avevano imparato a conoscere, queste donne sembrano quasi spettri, pure voci incorporee che narrano la propria storia da un aldilà che non esiste, ma in realtà sono donne vere, che soffrono, gioiscono, sbagliano, lottano, crescono i figli, amano o tradiscono i mariti, lavorano e sperano.

Trovo che i giapponesi in generale (o almeno, i pochi che ho letto finora) abbiano un modo molto delicato di raccontare le cose. Sebbene sia a tutti gli effetti americana, Julie Otsuka non fa eccezione, anzi, la sua voce pacata e tranquilla accompagna le sofferenze di queste donne in modo davvero ben riuscito. Un plauso anche alla traduttrice, Silvia Pareschi, che ha fatto davvero un ottimo lavoro trasmettendo alla perfezione tutta la poeticità di questo romanzo così particolare, intenso, emotivo.

Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare
titolo originale: The Buddha in the Attic
traduzione di Silvia Pareschi
Bollati Boringhieri 2012
142 pagine, 13€
Acquista su Amazon

 

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Una Risposta to “Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare”

  1. Silvia Pareschi settembre 10, 2013 a 5:11 pm #

    Grazie 🙂

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