Fabio Genovesi – Il mare dove non si tocca

2 Lug

9788804680857_0_0_0_75Questa recensione la scrivo di getto, con gli occhi ancora un po’ lacrimosi e il naso che cola, perché ho appena finito uno di quei libri così belli che questo blog è nato apposta per lanciarli nel mondo.

Ho conosciuto Fabio Genovesi con Chi manda le onde, poi ho letto Versilia Rock City, e li ho adorati uno più dell’altro, fino ad arrivare a questo suo Il mare dove non si tocca che ancora una volta mi ha presa e mi ha scaraventata in un mondo bellissimo, dove succedono anche cose brutte ma dove c’è tanta di quella poesia, di quella semplicità, di quella umanità che basterebbe non solo per due o tre libri, ma per una vita intera.

E avrei tanto voluto offrirgli uno spettacolo meno tremendo, ma non sapevo se metterci dentro un po’ di verità o inventarmi qualcosa di più bello, e questo è proprio strano e mica tanto incoraggiante, che nella vita devi sempre scegliere fra una cosa vera e una cosa bella, e non sono mai la stessa.

E qui si parla della vita di un ragazzino, Fabio, che cresce insieme alla mamma, al babbo, alla nonna e a un intero assortimento di nonni-zii, ovvero fratelli del suo nonno scomparso, che lo crescono come se fosse figlio di tutti loro, ma siccome loro sono un bel po’ strani, se lo strattonano di qua e di là e Fabio cresce come un alberello un po’ storto ma forte. Quando inizia ad andare a scuola, però, scopre che al mondo esistono altri bambini della sua età, bambini che lo vedono solo storto, strano, perché non sono ancora capaci di guardargli dentro. E Fabio si sente diverso da tutti, forse lo è, anche per via di quella maledizione che ricorre nella sua famiglia, secondo la quale se arrivi a quarant’anni senza esserti mai sposato, come tutti i suoi zii, diventi matto.

Ci vuole un po’ per capire che diventare matti non è poi così male, se l’alternativa è diventare come tutti gli altri e badare solo ai soldi, alle feste, al mettersi in mostra. Fabio invece cresce con un gruppo di amici sgangherati, che non si è scelto ma che sono gli unici che gli parlano, e per lui la cosa più importante del mondo è riavere il suo babbo a casa dopo che gli è successa una cosa brutta.

Genovesi scrive come se parlasse a un amico, e difatti ci si sente subito amici di questa famiglia buffa e folle, e viene voglia di sedersi a tavola con loro, di assaggiare la loro grappa, di andar per boschi, di salire sul loro camioncino e fare discorsi che sembrano non avere capo né coda e invece sono profondissimi.

Ma le cose belle sono come quelle brutte, è difficile farsele uscire dalla bocca, così restano a gonfiarti la gola mentre dici solo le cose medie. Il meglio dei nostri discorsi resta sempre rinchiuso dentro di noi, a morire nel buio.

È uno di quei libri che leggi mezzo ridendo e mezzo piangendo, e io li adoro, i libri così. Se l’avete già letto, se amate già Genovesi, leggete anche We Are Family di Fabio Bartolomei (tutti Fabio si chiamano, sarà un caso?), e ascoltate le canzoni di Stefano Barotti. Ci ritroverete quello sguardo sul mondo, quel modo di descrivere situazioni e personaggi e attimi che ti fa subito pensare che qualcuno ti abbia letto dentro, che sia riuscito a mettere in parole una cosa così semplice e universale che nessuno si era mai preso la briga di descriverla; eppure le cose così sono le migliori, quelle che mentre le leggi ti fanno fare sì con la testa e ti fanno salire le lacrime agli occhi e un sorriso sulle labbra, perché sono vere e pure e meravigliose, come questo libro.

Ogni tanto le cose meravigliose si stufano di stare lì sedute a invecchiare nel mondo della fantasia, allora una scatta in piedi, prende un giorno a caso della tua vita e ci si tuffa dentro.

Fabio Genovesi, Il mare dove non si tocca
Mondadori, 2017
324 pagine, 19€
Acquista su Amazon

 

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Dorothy Baker – Cassandra al matrimonio

15 Mag

cassandra-light-674x1024Mi sono sempre chiesta come sarebbe avere una gemella omozigota. Il senso di spaesamento nel vedere una persona identica a te che però si comporta in modo del tutto diverso, si veste, si pettina e si muove in un’altra maniera; la voglia di distinguersi ma anche l’unione profondissima che immagino si crei.

Tutto questo è presente in Cassandra al matrimonio: una delle due protagoniste, che dà il titolo al romanzo, torna a casa per festeggiare il matrimonio della gemella Judith. La prima parte è narrata da Cassandra stessa, che svela i suoi stati d’animo e il suo timore di staccarsi da quella che ha sempre considerato la sua alleata, la sua unica amica, forse l’unica persona al mondo con cui vuole passare il resto della sua vita, in modo tenero ma anche un po’ morboso. Il fatto che quest’ultima stia per sposarsi la getta nello sconforto, e Cassandra parte determinata a farla cambiare idea, perché loro due sono una squadra inseparabile e lei non riesce proprio a immaginare una vita in cui sono divise. Lo afferma con un candore e una sincerità disarmanti, che lasciano il lettore interdetto perché si è naturalmente portati a schierarsi dalla sua parte, ma allo stesso tempo ci si rende lentamente conto della sua follia.

Poi la parola passa a Judith, e vediamo l’altra faccia della medaglia: una ragazza che ha trovato l’amore della sua vita e non vede l’ora di liberarsi dalle catene di una famiglia un po’ stramba (la madre è morta, quasi sostituita dalla nonna; il padre ha la testa tra le nuvole e la sorella… beh, è Cassandra, e Judith la ama ma non vuole identificarsi con lei), di trovare la propria identità come persona singola, non come eterna gemella, e di costruirsi una vita propria. Tutto questo si intreccia con il suo amore per la famiglia e in particolar modo la sorella, cosa che le rende difficile non sentirsi egoista per il suo desiderio di libertà. Sa che Cassandra ha bisogno di lei, ma lei ha bisogno di una nuova vita. E questo conflitto lacerante è la misura dell’amore che le unisce e le divide allo stesso tempo.

Potrebbe sembrare una storia quasi banale, ma l’abilità di Dorothy Baker sta nel narrarci la vicenda con uno stile fresco e geniale, con un ribaltamento del punto di vista che espone abilmente due interpretazioni diametralmente opposte della stessa situazione. È uno di quei libri di cui si può dire che “si legge d’un fiato” senza timore di risultare retorici, perché è la pura verità. L’autrice ci accompagna per mano, ci mostra debolezze e disincanti, follia e lucidità, amore e risentimento, gelosia e compassione, e lo fa senza mai alzare la voce, senza la volontà di stupire e proprio per questo riuscendoci.

Cassandra è un personaggio straordinario, con un candore e un’ingenuità che toccano l’anima; nonostante sia palesemente in torto è impossibile non provare affetto per lei, persino quando delira, persino quando compie gesti folli e irresponsabili, perché la Baker riesce a farci entrare così bene nella sua mente che ne restiamo invischiati.

Dorothy Baker, Cassandra al matrimonio
titolo originale: Cassandra at the Wedding
traduzione di Stefano Tummolini, postfazione di Peter Cameron
Fazi Editore, 2014
256 pagine, 16,50€
Acquista su Amazon

 

Valeria Luiselli – Volti nella folla

15 Feb

voltifollaInseguivo questo libro da anni, senza mai decidermi davvero a leggerlo. Quando ne ho avuta l’occasione, ovviamente, mi sono pentita di non averlo fatto prima.

Devo dire che non mi aspettavo una scrittura simile. Immaginavo un romanzo nel senso più classico del termine, invece mi sono trovata di fronte a una serie di brevi paragrafi separati da asterischi, uno stile che mi ha ricordato un po’ la Jenny Offill di Sembrava una felicità e un po’ anche Agota Kristof, per la prosa asciutta e a tratti allucinata, che anestetizza ma allo stesso tempo lascia intuire un grande tumulto interiore. Bravissima la traduttrice Elisa Tramontin, che è riuscita a rendere perfettamente questo stile così particolare.

Dunque, c’è una donna. Ci sono un marito, un bambino e una neonata senza nome, o meglio, i cui nomi non ci vengono mai svelati. La narratrice alterna racconti sul suo presente – costituito quasi soltanto dalla vita familiare – e sul suo passato, ma non solo.

Li portiamo rispettivamente al letto e alla culla, e li guardiamo dormire. Ci amiamo in loro, attraverso di loro. Forse più attraverso di loro che attraverso noi stessi, come se dopo il loro arrivo lo spazio vuoto che ci univa e separava si fosse riempito di qualcosa, di un qualcosa che non era né io né lui, ma che ora sembrava indispensabile per darci un senso.

Questa vita quotidiana e normale, troppo normale, comincia a starle stretta. Cerca quindi di sfuggirvi attraverso le pagine di un romanzo che sta scrivendo sulla sua vita precedente, quando stava a New York e non dormiva mai nel suo appartamento, perché si scambiava le chiavi di casa con amici e perfetti sconosciuti. Lavorava in una casa editrice e viveva di poesia, di traduzioni, in un vortice di giovinezza e di possibilità che ora può solo ricordare e rivivere su carta.

Ma nel suo libro non parla solo di se stessa: il suo precedente lavoro di traduttrice l’aveva infatti portata a conoscere le opere di un poeta da cui rimane ossessionata. Mentre ricorda tutto ciò, a poco a poco si perde sempre più dietro questo personaggio, si nasconde dalla famiglia, non scende dal letto; mentre l’altro incrocia la sua vita, la ingombra arrivando a occupare tutte le sue pagine e non solo: prende il posto di un marito che lei sente inadeguato, di cui non si fida più e per il quale costruisce un presente e un futuro inventati e ricalcati sul passato del poeta.

Man mano che la narrazione procede i fantasmi prendono il sopravvento e il poeta finisce per prendere la parola, per sostituirsi alla narratrice raccontando la propria vita e la presenza misteriosa di una donna che lo osserva, in cui possiamo facilmente riconoscere la nostra antieroina. Verso la fine il libro prende una deriva quasi onirica, come in un gioco di specchi in cui talvolta è difficile capire chi ci stia raccontando cosa: il poeta Gilberto Owen, vissuto diversi anni prima negli stessi ambienti frequentati dalla narratrice, prende quasi possesso della sua vita.

Un libro intenso, che grazie ai brevi paragrafi si legge senza sosta, immergendosi in atmosfere vertiginose per sfuggire alla quotidianità, ma senza perdere di vista la concreta realtà di un marito che legge da sopra la spalla il romanzo della moglie, di una neonata bisognosa di attenzioni e di un bambino che fa domande scomode, crede ai fantasmi e si inventa le parole.

Il bambino mi chiede:
«Su che cos’è il tuo libro, mamma?»
«È un romanzo sui fantasmi.»
«Fa paura?»
«No, ma è un po’ triste.»
«Perché? Perché i fantasmi sono morti?»
«No, non sono morti.»
«Allora non sono così tanto fantasmi.»
«No, non sono fantasmi.»

Valeria Luiselli, Volti nella folla
titolo originale: Los ingrávidos
traduzione di Elisa Tramontin
La Nuova Frontiera, 2011
170 pagine, 16,50€
Acquista su Amazon

 

Kerry Hudson – Tutti gli uomini di mia madre

8 Feb

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«Vieni fuori, piccola merda del cazzo che non sei altro!» Queste sono state le prime parole che ho sentito in vita mia.

Con un incipit così, mi aspettavo un libro un po’ à la Roddy Doyle, estremamente godibile e divertente, la storia di un’infanzia sfasciata ma tutto sommato allegra. Invece mi sono ritrovata tra le mani molto di più.

I momenti divertenti non mancano, ma non perché siano divertenti in sé quanto per la voce che li narra, quella di una neonata, poi bambina e poi adolescente che descrive tutto ciò che vede senza filtri, con un’innocenza assoluta e un inconsapevole umorismo. Per creare una voce così bisogna davvero essere bravi scrittori (e per renderla in italiano bisogna essere ottimi traduttori, quindi un plauso a Federica Aceto). E infatti Kerry Hudson riesce a creare un romanzo che parla di disperazione, di scelte sbagliate, di povertà e miseria sia materiale che spirituale con grande delicatezza e allo stesso tempo con un’incredibile profondità di sguardo.

La piccola narratrice, Janie, non fa nessuno sconto a sua mamma, ragazza madre un po’ sbandata e molto disperata: talvolta vorrebbe lasciarla, essere accudita da adulti normali e affettuosi, ma resta sempre al suo fianco, pur rendendosi conto dei suoi errori. E nonostante da una situazione così non possa che emergere una ragazzina ribelle e caparbia, Janie impara anche a non ripetere gli sbagli che ha visto commettere alla madre, o meglio, a trovarvi rimedio anziché lasciarsi trasportare.

Mentre mamma si mordeva il labbro, si strappava le pellicine e sfogliava vecchie riviste, io imparavo che le storie erano in grado di farmi sentire al riparo da qualsiasi cosa.

Ed è così che dalla miseria, dalla tossicodipendenza, dalla debolezza e dalla forza di una madre complicata e sicuramente non perfetta, ma testarda e a suo modo affettuosa, nasce una donna del tutto diversa da lei ma allo stesso tempo in grado di comprenderla meglio, di perdonarla, di staccarsene senza traumi, per cercare una vita migliore. Janie e la madre Iris sono fatte della stessa pasta:

Ma le Ryan sono fatte così: pescivendole fino al midollo, sempre pronte a litigare e a colpire dove fa più male.

Un rapporto conflittuale ma fecondo, pieno di grandi scenate e dolci riappacificazioni, in grado di difendersi con le unghie e con i denti dal mondo esterno: dagli uomini a cui la madre si lega, dallo zio tossico, dalla nonna crudele, dal padre assente.

Un libro potente e meraviglioso, che si legge con fervore, talvolta arrabbiandosi, talvolta capendo la fallibilità degli esseri umani, spesso con nodo in gola ma altrettanto spesso con il sorriso sulle labbra.

Un lunedì mi disse che potevo portare a casa tre libri. Io la fissai con gli occhi sgranati, pensando che forse stava male davvero.
«No, mamma, questa è una biblioteca. I libri si leggono qui, in silenzio. Sennò si chiama rubare».

Kerry Hudson, Tutti gli uomini di mia madre
titolo originale: Tony Hogan Bought Me an Ice-Cream Float Before He Stole My Ma
traduzione di Federica Aceto
minimum fax, 2016
327 pagine, 17,50€
Acquista su Amazon

 

Giulia Caminito – La grande A

8 Nov

grandeDi questo libro mi ha colpita prima di tutto la citazione riportata in quarta di copertina:

Tutti dicono che la Mamma ha i grilli addosso, se li porta nelle tasche.
Tutti dicono che sgobba come un uomo, che non ha saputo neanche tenersi una bottega di scarpette per neonati, che usa parole sconvenienti su cose che a Dio non piacciono, ride troppo.
Tutti dicono che una donna col camion è come una capra in bicicletta.

E io un personaggio così lo volevo proprio conoscere. Visto che l’ufficio stampa Giunti è stato così gentile da mandarmi una copia del libro, l’ho iniziato piena di entusiasmo, sicura di trovarci dentro una storia appassionante e personaggi indimenticabili. E così è stato.

La grande A è la storia di Giada, detta Giadina: fragile, minuscola, «una raganella», che durante la guerra vive a casa della zia perché sua madre ha mollato il marito ed è partita per l’Africa, la terra promessa, il posto al sole, dove vive un turbine di avventure sconvolgendo la comunità italiana di Assab, in Eritrea. Ogni tanto la mamma torna a trovare lei e la sorella, con grandi storie di marinai e ballerine, cappelli di piume e rossetto rosso pomodoro, scarpe di cavallino e tre automobili diverse, un nomignolo da uomo, sigarette francesi e capelli perfetti. Nel bel mezzo della guerra porta le figlie a comprare i biscotti, di corsa in una nuvola di profumo. Poi però se ne torna sempre in Africa, dove gestisce un bar e guida i camion. E Giadina non vede l’ora di raggiungerla, di vivere anche lei tutte quelle meraviglie e di ballare fino al mattino. Prima però dovrà aspettare che le bombe smettano di cadere, levarsi di dosso quel fastidioso diminutivo che la rende bambina e diventare finalmente Giada.

Quando raggiungerà la madre, scoprirà che l’Africa non è solo un vortice di colori: ci sono il caldo che fa sudare anche da fermi, le gazzelle che muoiono anche se le accogli in casa e gli dai un nome, la polvere, le mosche, i Diavoletti figli di nessuno che corrono con i cani selvatici. E poi c’è il bar di Adi, sua madre, dove Giada conosce Hamed e gli insegna a scrivere, Orlando il compagno di Adi, e giù per una schiera di personaggi stravaganti fino a Giacomo. Quello che diventerà suo Marito. Non una storia d’amore, ma una storia di vita amara, di tradimenti e sofferenze, di perdono e compromessi, tutto per il bene del figlio Massi. Da scricciolo implume Giada diventerà un masso, una roccia, meno di un metro e sessanta di forza d’animo e combattività.

L’autrice si è ispirata alla storia dei suoi nonni, che si sono conosciuti proprio ad Assab. Suo padre è nato ad Asmara, come Massi, e la sua bisnonna guidava i camion e contrabbandava alcolici in Eritrea ed Etiopia. Questo regala alla storia un valore aggiunto, un riflesso di verità che dà una spiegazione al fatto che una ragazza di 28 anni (scusate se non dico donna, ma io di anni ne ho 31 e per me sono ancora una ragazza) sia riuscita a descrivere così bene un’epoca che non ha vissuto, quella della guerra, del fascismo, delle colonie italiane in Africa. E l’ha descritta con un linguaggio tutto suo, fresco e innovativo, spontaneo e bizzarro, raccontando i fatti per suggestioni, per immagini, prima di spiegarli davvero. Ci vuole un po’ per entrare nel suo modo di narrare, come bambini che non capiscono bene che cosa dice l’aradio, con quegli annunci strambi che parlano di carciofi e di pioggia anziché delle bombe che cadono.

Un romanzo che sa di sale e di polvere, di freddo nello stomaco e caldo sulla pelle, di forza e debolezze, di coraggio e dolore. Non appena ci si lascia trasportare dal particolarissimo stile di Giulia Caminito, ci si ritrova in una terra sabbiosa e crudele, ma dove tutto può succedere. Anche di andare a vivere con una francese esistenzialista, di diventare imbattibile a carte, di scegliere tutti i mobili di casa e poi doverli rivendere subito, di conoscere un greco capace di spuntare ovunque, di andare a caccia nel deserto e poi anche di crescere, un passo dopo l’altro.

Giulia Caminito, La grande A
Giunti 2016

285 pagine, 14€
Acquista su Amazon

 

Silvia Pareschi – I jeans di Bruce Springsteen

3 Ott

67072wLo ammetto, forse non avrei letto I jeans di Bruce Springsteen se non avessi conosciuto Silvia Pareschi come traduttrice. Perché a me piacciono i romanzi, e anche i racconti, certo, ma qui temevo che si sconfinasse un po’ troppo nella saggistica, nel resoconto, insomma, dal mio punto di vista, nella noia. Invece sono rimasta stupita e affascinata fin dalle prime pagine.

Un po’ reportage, un po’ raccolta di racconti e un po’ diario di bordo, questo libro meraviglioso ci mostra l’America vera, quella fatta di lavanderie a gettoni, religioni bizzarre e strade impolverate, il tutto mescolato con imperi del sesso, miti musicali, animali selvaggi, marce per la pace e un pizzico di umorismo che rende il tutto estremamente godibile.

Silvia Pareschi ha indubbiamente assorbito la capacità di scrivere dei grandi della letteratura da lei tradotti (Jonathan Franzen, Zadie Smith, Junot Díaz, giusto per citarne alcuni) ma ha uno stile tutto suo, preciso e coinvolgente, senza sbavature di sorta. Ironica e onesta, riuscirebbe a rendere interessante qualunque cosa; ma il fatto è che in questo libro tutto è davvero interessante, grazie anche al fatto che l’autrice vive a San Francisco da anni e quindi conosce la realtà americana da una prospettiva privilegiata. E ce la presenta con un misto di racconti in prima persona e altri che ci fanno conoscere personaggi che potrebbero essere del tutto inventati (e invece credo proprio siano come minimo ispirati a persone reali), passando dall’uragano Katrina che ha distrutto New Orleans alle suore travestite di San Francisco, dal massacro di Jonestown a una chiesa in cui si venera John Coltrane, ovviamente senza dimenticare il sarto di Bruce Springsteen.

Silvia Pareschi è riuscita a scrivere un libro mai noioso, spesso divertente e folle, che in diversi punti mi ha lasciata a bocca aperta (talvolta per lo stupore, altre volte per il terrore di sapere che certe cose sono successe davvero). Vi consiglio fra l’altro di seguire il suo interessantissimo blog (interessante non solo per me che faccio la traduttrice, ma per chiunque ami gli States): http://ninehoursofseparation.blogspot.it/

I jeans di Bruce Springsteen è da leggere non solo se amate la musica americana, ma anche se siete interessati a conoscere meglio la cultura, la mentalità e le stranezze di questa società che sembra così simile alla nostra e invece per certi versi si trova completamente su un altro pianeta, e soprattutto se siete interessati a farlo attraverso un libro che non è un saggio ma il racconto che potrebbe farvene un’amica.

Silvia Pareschi, I jeans di Bruce Springsteen
Giunti 2016
192 pagine, 15€
Acquista su Amazon

 

 

Jenny Offill – Le cose che restano

22 Lug

Jenny-Offill-Le-cose-che-restanoHo aspettato molto a lungo prima di scrivere questa recensione. Volevo vedere quali sono davvero le cose che restano dopo la lettura di un libro come questo. E alla fine resta la dolcezza della piccola Grace Davittt, divisa tra un padre scienziato e una mamma con la testa tra le nuvole, anzi, proiettata nello spazio aperto. Resta la sensazione di aver letto una storia dolorosa, importante, ben costruita. Restano indelebili certe scene, certe riflessioni, certi personaggi.

Dopo Sembrava una felicità, Jenny Offill riesce a regalarci un altro romanzo sull’amore e sulla perdita, stavolta facendolo narrare da una bambina di otto anni che vede sgretolarsi la sua famiglia un po’ folle.

Immaginate una gamba, ossa che si uniscono ad altre ossa tramite un’articolazione. Ossa diverse, ma che assieme funzionano alla perfezione. Andando avanti, però, delle microfratture spezzano questa unione. La rotula cede, non riusciamo più a camminare, rischiamo di cadere a ogni passo. È quello che succede alla famiglia di Grace quando i genitori si allontanano, ma è anche ciò che accade nella testa della madre, che perde l’equilibrio tra fantasia e follia.

Leggendo quello che dice alla figlia, si è sempre incerti se adorarla perché riesce a regalare a Grace la capacità di sognare e di vivere avventure fantastiche oppure se essere terrorizzati dalla sua mancanza di tatto e di responsabilità. Quest’ultimo pensiero tende ad avere il sopravvento con il susseguirsi degli eventi, e a tratti mi ha ricordato un po’ Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (il film, perché il libro di J.T. Leroy non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo, dopo aver affrontato il suo Sarah). Senza violenze fisiche, d’accordo, ma è innegabile che una madre capace di lasciarti da sola per strada o di sparire nel nulla senza avvisare nessuno un po’ di paura la faccia.

Ma se poi si sdraia accanto a te la notte per scacciare l’uomo nero, ti insegna la storia dell’universo e le leggende africane, seppellisce con te una capsula del tempo e ti racconta quelle verità che di solito gli adulti liquidano con un «quando sarai più grande capirai», non si può nemmeno dire che sia una cattiva madre. Soprattutto se ti ama più di ogni altra cosa al mondo. Soprattutto se sei l’unica cosa che la tiene ancorata a terra. A me i personaggi un po’ fuori dal mondo piacciono da morire, e quindi la signora Davitt mi ha affascinata. Ma ho provato un’incredibile empatia anche per il padre, che la ama e arranca per starle dietro e per arginare i danni che lei rischia di combinare. E ovviamente ho amato l’ingenuità e la vulnerabilità di Grace. Ottima la traduzione di Gioia Guerzoni, che rende giustizia alla sua voce infantile ma saggia.

I genitori della bambina sono come il giorno e la notte, e forse proprio per questo sono riusciti a stare insieme tanto a lungo: si compensano. Ma non appena qualcosa si spezza, è impossibile riuscire a ricomporre la frattura. L’unica cosa che si può fare è prenderne atto, anche se sei una bambina di otto anni che vorrebbe essere normale senza però rinunciare alle persone che ama.

Alla fine, le cose che restano sono anche quelle che se ne stanno lì mentre noi andiamo avanti con la nostra vita.

Jenny Offill, Le cose che restano
titolo originale: Last Things
traduzione di Gioia Guerzoni
NNEditore, 2016
235 pagine, 17€
Acquista su Amazon

 

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